Salve, cari lettori! Quello di oggi è un post diverso dal solito, perché dedicato -come avrete letto nel titolo- ad un genere talvolta poco compreso se non addirittura sconosciuto. Sto parlando del bellissimo, affascinante e criptico mondo delle distopie.
Innanzitutto è bene sfatare subito il mito che vede distopia e fantascienza andare a braccetto senza presentare alcuna reale differenza.
Per fantascienza, infatti, si intende quel genere letterario (estesosi poi al cinema), in cui l'elemento narrativo si fonda su ipotesi o intuizioni di carattere più o meno plausibilmente scientifico e si sviluppa in una mescolanza di fantasia e scienza. -fonte: Enciclopedia Treccani.
Per distopia, invece, si intende la previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all'utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi (equivale quindi a utopia negativa). -fonte: Enciclopedia Treccani.
In parole povere, di cosa stiamo parlando?
*Io parlerò di libri, ma questo discorso può essere fatto anche per i lungometraggi.
Entrambi i generi presentano aspetti del nostro quotidiano che ancora non esistono o sono tutt'oggi impensabili, e per questo si potrebbe pensare siano la medesima cosa, ma in realtà un libro di fantascienza tratta una storia caratterizzata da forti risvolti scientifici e/o tecnologici, reali o immaginari, sulla società e su un individuo che può esulare dal normale essere umano, inoltre questa storia può venire a verificarsi in un passato, in un presente o, più frequentemente, in un dato futuro distante tot anni (solitamente un numero ingente) senza però fornire una spiegazione su cosa sia successo o su come si sia arrivati dal nostro presente al loro futuro, o, addirittura, in altri casi quello presentato è un universo/mondo a parte e quello spiegato è il suo funzionamento. Una storia distopica, invece, è la descrizione o rappresentazione di una realtà immaginaria del futuro, ma prevedibile sulla base di fenomeni del presente percepiti come estremamente negativi, in cui vengono riportate esperienze sociali, politiche, religiose, ambientali tremendamente opprimenti e pericolose.
Bisogna quindi fare attenzione: solo perché nel futuro descritto esiste qualcosa di diverso dal nostro presente, non si è obbligatoriamente di fronte ad una distopia.
La differenza, inoltre, non è neanche il grande lasso di tempo che può intercorrere dal punto in cui noi ci troviamo al futuro di cui si parla: ciò che rende una distopia tale è, infatti, la spiegazione di come si sia arrivati a quel momento, spiegazione che però deve risultare verosimile e realistica.
Senza dimenticare che una storia di fantascienza può presentare un futuro particolarmente positivo, particolarmente negativo o anche solo un normalissimo futuro "grigio" -come piace chiamare a me tutte quelle situazioni o quei personaggi che non si possono definire né totalmente buoni né totalmente cattivi e che rispecchiano la reale natura umana-, mentre le distopie presenteranno sempre e solo un futuro negativo portato all'estremo.
Appurato come distopia e fantascienza non siano la stessa cosa, andiamo ad affrontare meglio il genere fulcro di questo post.
Partiamo quindi subito dal presupposto che la distopia è una denuncia del nostro presente. Fin dalle prime pagine il libro ci sta urlando: "Guarda, che se non fai attenzione a quello che voti, a quello che dici, a quello che fai, arriverai a questo!" e la cosa raccapricciante, e che spaventa molti, è che quello con cui ci si sta rapportando non è un mondo inventato di sana pianta, che interagisce con eventi irrealistici come possono essere magia e mitologia, ma è una trasposizione estremamente realistica di quello a cui il nostro presente potrebbe portare. E', dunque, a tutti gli effetti un genere di denuncia, che non nasce per intrattenere, ma per mettere in guardia.
Ulteriore peculiarità di questo genere è quella di presentare solo uno spaccato di vita di un nostro ipotetico protagonista: con le distopie, infatti, non si cerca di raccontare la storia di uno, ma di raccontare la società di molti attraverso la vita di uno. Si dice che le distopie siano belle per la storia e non per il finale, perché alla fine non c'è mai una reale risoluzione del problema! Che questo spaccato di vita presenti delle proprie avventure all'interno della storia è legittimo e fondamentale ai fini della trama, ma proprio perché non è la storia di un singolo quella che si sta raccontando, la risoluzione dei suoi problemi privati non è il fine ultimo e non è neanche garantita, questo perché le distopie non hanno lo scopo di esistere per dire come risolvere quella brutta parte del futuro, ma hanno lo scopo di mettere in guardia per evitare che ci si arrivi.
Le distopie potrebbero essere blandamente raffigurate da un cartello "ATTENZIONE" e come tutti i cartelli di pericolo, non viene fornito altro che un avvertimento. Di conseguenza, quando si cerca di dare un finale alle distopie è sempre difficile, specialmente quando si opta per un happy ending (il "finale felice"), perché risulta un po' un controsenso. Il modo migliore sarebbe quello di finire una storia senza farla però finire realmente: infatti, con la conclusione del libro, termina la storia che ci stanno raccontando, quella del protagonista, non dell'intera società; il protagonista può persino morire, ma il mondo, la società in cui ci hanno calato, continueranno ad esistere e a persistere. "Il mondo va avanti" e purtroppo lo fa indipendentemente se sia bello o brutto, positivo o negativo. Pertanto, il "non happy ending" è in realtà il modo migliore per finire una distopia, perché la si rende più reale.
Di nuovo, infatti, non si sta cercando di produrre un'opera che occupi semplicemente il tempo, che faccia distrarre, che sia la fonte di evasione dai problemi della giornata, un'opera che ti accompagni alla calma con una carezza, no, si sta cercando di produrre un'opera che ti svegli con uno schiaffo, che ti faccia aprire gli occhi violentemente, che ti costringa ad uno sviscerante dialogo interiore. Qualsiasi opera distopica vuole essere la sveglia del mattino, non il cuscino della sera! Bisogna ricordare come il presupposto di questo genere sia quello di denunciare un sistema, che sia politico, sociale, religioso o anche tutti e tre. Capite quindi come un finale felice non sia solo l'ultimo dei problemi, ma anche controproducente! Come si può parlare di un futuro spaventoso se poi una singola persona è in grado di sentirsi realizzata, di desiderare, lottare e infine conquistare qualsiasi cosa voglia? Come si può mettere in guardia su una tragicità estesa ai massimi livelli, se poi ci sono persone che ne giovano quotidianamente?
Estremamente importante è, infine, come per la distopia non ci sia una reale distinzione fra la società e la gente che la compone: abbiamo detto che questo genere è una denuncia ad un sistema corrotto, ma non abbiamo detto che può essere quello di una società come anche quello della passività della gente.
"Perché il male trionfi, è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione" (Vox, Chiristina Dalcher)
"Perché il male trionfi, è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione" (Vox, Chiristina Dalcher)
La distopia rimane, però, un genere letterario (e non) e come tale non può non presentare suddivisioni interne. Esistono, infatti, tre principali filoni narrativi: un primo, caratterizzato da società in cui il potere dell'autorità (politica, religiosa, tecnologica, ecc) pretende di controllare ogni aspetto della vita umana; un secondo, che invece è una rappresentazione o della distruzione o della massima degradazione del genere umano a causa di catastrofi globali, per lo più di carattere antropico (ovvero, causate dall'uomo); e infine un terzo, che riporta quelle società sull'orlo del disastro capaci oramai di avvertire come imminente la fine della civiltà.
Sicuramente il primo filone lo avrete sentito, almeno una volta nella vita, sotto la denominazione di totalitarismo. In questo caso, oltre alle caratteristiche comuni delle distopie, le peculiarità che lo contraddistinguono sono senza dubbio la suddivisione della società in classi (o caste); quello che viene denominato "il culto dello Stato, del suo governo e del suo leader", ottenuto attraverso una profonda propaganda del regime e attraverso dei rigidi sistemi educativi che convincono come lo stile di vita offerto sia l'unico possibile, se non il migliore; il conformismo dilagante e la conseguente depersonalizzazione dell'individuo, più facile da controllare del dissenso e dell'individualità; un controllo totale e assoluto, perpetrato attraverso un sistema penale basato spesso sulla tortura fisica e/o psicologica e da controlli costanti e invadenti di agenzie governative o paramilitari o di potenti e avanzate reti tecnologiche; ed infine l'avversione per tutto quello che è esterno allo Stato e che non viene presentato come "sicuro" dallo stesso.
"Quando l'individuo sente, la Comunità è in pericolo" (Aldous Huxley)
Il secondo filone è sicuramente più conosciuto, quantomeno nel panorama del cinema: sto parlando del filone denominato anche post apocalittico. Anche qui, oltre alle caratteristiche comuni delle distopie, le peculiarità che lo contraddistinguono sono: la popolazione umana ridotta ai minimi termini, pochi sopravvissuti al cataclisma; l'istinto di sopravvivenza è l'unico valore morale sopravvissuto; le organizzazioni umane sono particolarmente degradate e ridotte allo stato primitivo, ci si basa quindi su leggi come quella del più forte; sono ancora evidenti i resti e le tracce della società tecnologica e scientifica che un tempo esisteva; la flora e la fauna sono ridotte al minimo, se non assenti e/o inutilizzabili; e per ultima, ma non meno importante, la presenza di geni mutati, in animali e umani, generata dall'uso di armi chimiche, biologiche o nucleari (che hanno anche condotto al cataclisma).
Con molta probabilità leggendo queste brevi schede vi saranno venuti in mente almeno un paio di libri o film, ma vi sorprenderebbe scoprire quante opere in realtà siano distopiche.
Come ampiamente già detto sopra, le distopie sono denunce e attraverso questi due macro-filoni, è facile individuare le due denunce che vengono fatte: una socio-politica e l'altra ambientale. Entrambe però hanno lo scopo di spaventare, di allarmare, di farvi scorrere quella singola goccia di sudore freddo lungo la schiena. Hanno lo scopo di farvi sentire la loro presenza, di sbattervi in faccia quella che non è la nostra realtà, ma che potrebbe diventarlo. Se un tempo si utilizzava la fiaba di Cappuccetto Rosso per mettere in guardia dai pericoli che si annidano negli sconosciuti, adesso si usa 1984.
I tempi cambiano e cambiano anche le modalità di comunicazione, denunce sociali incluse. A tutti coloro che stanno ancora leggendo, a quelli solo curiosi e a quelli che ancora non hanno ben chiaro di cosa io stia parlando, voglio dire che esistono tante tipologie di distopie quante le ingiustizie sociali che avvengono quotidianamente e una tipologia non ne esclude per forza un'altra: come abbiamo, infatti, già notato con i filoni principali, lo stesso ragionamento può essere applicato alle varie sottocategorie, o meglio, agli argomenti che più si vogliono trattare nello specifico.
Quella che intendo riportarvi ora è una lista delle opere distopiche più famose, a cui affiancherò la trama per meglio farvele inquadrare.
Per quanto riguarda lo scenario dei totalitarismi, questo dovrebbe farvi accapponare la pelle e allo stesso tempo farvi saltare febbrilmente sul posto per il bisogno di agire e fare qualcosa. Dovrebbe generare in voi l'istinto di intervenire pur essendo consapevoli che quello raccontato è un mondo cheancora non esiste. Dovrebbe essere il vaccino che vi espone al virus per farvelo riconoscere in futuro.
Ecco quindi alcune distopie che trattano di totalitarismi.
1984, di George Orwell
Il mondo è diviso in tre superstati in guerra fra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia. L'Oceania, la cui capitale è Londra, è governata dal Grande Fratello, che tutto vede e tutto sa. I suoi occhi sono le telecamere che spiano di continuo nelle case, il suo braccio la psicopolizia che interviene al minimo sospetto. Tutto è permesso, non c'è legge scritta. Niente, apparentemente, è proibito. Tranne pensare. Tranne amare. Tranne divertirsi. Insomma: tranne vivere, se non secondo i dettami del Grande Fratello. Dal loro rifugio, in uno scenario desolante, solo Winston Smith e Julia lottano disperatamente per conservare un granello di umanità...
"Quando l'individuo sente, la Comunità è in pericolo" (Aldous Huxley)
Il secondo filone è sicuramente più conosciuto, quantomeno nel panorama del cinema: sto parlando del filone denominato anche post apocalittico. Anche qui, oltre alle caratteristiche comuni delle distopie, le peculiarità che lo contraddistinguono sono: la popolazione umana ridotta ai minimi termini, pochi sopravvissuti al cataclisma; l'istinto di sopravvivenza è l'unico valore morale sopravvissuto; le organizzazioni umane sono particolarmente degradate e ridotte allo stato primitivo, ci si basa quindi su leggi come quella del più forte; sono ancora evidenti i resti e le tracce della società tecnologica e scientifica che un tempo esisteva; la flora e la fauna sono ridotte al minimo, se non assenti e/o inutilizzabili; e per ultima, ma non meno importante, la presenza di geni mutati, in animali e umani, generata dall'uso di armi chimiche, biologiche o nucleari (che hanno anche condotto al cataclisma).
Con molta probabilità leggendo queste brevi schede vi saranno venuti in mente almeno un paio di libri o film, ma vi sorprenderebbe scoprire quante opere in realtà siano distopiche.
Come ampiamente già detto sopra, le distopie sono denunce e attraverso questi due macro-filoni, è facile individuare le due denunce che vengono fatte: una socio-politica e l'altra ambientale. Entrambe però hanno lo scopo di spaventare, di allarmare, di farvi scorrere quella singola goccia di sudore freddo lungo la schiena. Hanno lo scopo di farvi sentire la loro presenza, di sbattervi in faccia quella che non è la nostra realtà, ma che potrebbe diventarlo. Se un tempo si utilizzava la fiaba di Cappuccetto Rosso per mettere in guardia dai pericoli che si annidano negli sconosciuti, adesso si usa 1984.
I tempi cambiano e cambiano anche le modalità di comunicazione, denunce sociali incluse. A tutti coloro che stanno ancora leggendo, a quelli solo curiosi e a quelli che ancora non hanno ben chiaro di cosa io stia parlando, voglio dire che esistono tante tipologie di distopie quante le ingiustizie sociali che avvengono quotidianamente e una tipologia non ne esclude per forza un'altra: come abbiamo, infatti, già notato con i filoni principali, lo stesso ragionamento può essere applicato alle varie sottocategorie, o meglio, agli argomenti che più si vogliono trattare nello specifico.
Quella che intendo riportarvi ora è una lista delle opere distopiche più famose, a cui affiancherò la trama per meglio farvele inquadrare.
Per quanto riguarda lo scenario dei totalitarismi, questo dovrebbe farvi accapponare la pelle e allo stesso tempo farvi saltare febbrilmente sul posto per il bisogno di agire e fare qualcosa. Dovrebbe generare in voi l'istinto di intervenire pur essendo consapevoli che quello raccontato è un mondo che
Ecco quindi alcune distopie che trattano di totalitarismi.
1984, di George Orwell
"La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L'ignoranza è forza"
La fattoria degli animali, di George Orwell

Il mondo nuovo, di Aldous Huxley

Fahrenheit 451, di Ray Bradbury


In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Le poche donne in grado di avere figli, le "ancelle", sono costrette alla procreazione coatta, mentre le altre sono ridotte in schiavitù. Della donna che non ha più nome e ora si chiama Difred, cioè "di Fred", il suo padrone, sappiamo che vive nella Repubblica di Gilead, e che può allontanarsi dalla casa del padrone solo una volta al mese, per andare al mercato. Le merci non sono contrassegnate dai nomi, ma solo da figure, perché alle donne non è più permesso leggere. Apparentemente rassegnata al suo destino, Difred prega di restare incinta, unica speranza di salvezza; ma non ha del tutto perso i ricordi di "prima"...
*Questo libro in particolare, devo però specificare, fa parte anche delle distopie post apocalittiche.I testamenti, di Margaret Atwood

I Testamenti è narrato attraverso tre punti di vista: quello di Daisy, ragazza adolescente che vive in Canada e che ha studiato il fenomeno della nascita di Gilead soltanto sui libri; la semi coetanea Agnes, la quale, invece, a Gilead è cresciuta; e di Zia Lydia, che scopriamo essere non solo il giudice morale di questo regime totalitario, ma anche un ex magistrato, che del rispetto delle regole e della parità di genere aveva fatto la sua personale battaglia, in quella che a Gilead chiamano "vita precedente".
*Essendo esso il seguito de "Il racconto dell'ancella", fa parte della stessa visione distopica e per questo fa parte sia delle distopie dei totalitarismi che delle distopie post apocalittiche.
Ragazze elettriche, di Naomi Alderman

Noi, di Zamjatin Evgenij

Neuromante, di William Gibson

Il signore delle mosche, di William Golding

un gruppo di bambini inglesi, sopravvissuti a un incidente aereo, resta abbandonato a se stesso su un'isola deserta. All'inizio tutta ha il sapore di una piacevole vacanza: l'isola è ricca di alberi da frutto, di piccoli cinghiali, c'è perfino un fiume che forma in prossimità del mare una piscina di acqua dolce. I ragazzetti si sentono gli eroi di una straordinaria avventura, si costituiscono in una piccola comunità democraticamente organizzata con un capo, Ralph, un esercito di cacciatori agli ordini di Jack, un parlamento costituito sull'esempio della collettività degli adulti. La ribellione agli ordini e alle leggi, fomentata da Jack, trasformerà questi giovani prodotti della civiltà moderna in una terribile tribù di selvaggi sanguinari dai macabri riti. Il Signore delle Mosche, una testa di porco brulicante di insetti, infissa in un palo nel follo della foresta, non è solo una maschera simbolica, ma anche la traduzione letterale di Belzebub, biblica radice di ogni male
Se interessati, potete trovare qui la mia recensione a questo libro!
Sottomissione, di Michel Houellebecq

La svastica sul sole, di Philip K. Dick

La festa nera, di Violetta Bellocchio

Fatherland, di Robert Harris

Pur essendo un'ucronia e tecnicamente non una distopia, mi sento di inserire questo libro perché presenta ugualmente un futuro chiaramente negativo.
Accanto a questi pilastri del genere distopico, poi, nel corso degli anni sono andati a susseguirsi delle opere destinate ad un pubblico più giovane (Young Adult) e di conseguenza si è andata un po' a perdere quella parte drastica e drammatica del "finale non finale" preferendo optare per un happy ending che meglio sarebbe stato accolto dai giovani lettori. È il caso di famosissime saghe di cui sicuramente avreste sentito parlare, se non addirittura letto!

Vox, di Christina Dalcher
Jean McClellan è diventata una donna di poche parole. Ma non per sua scelta. Può pronunciarne solo cento al giorno, non una di più. Anche sua figlia di sei anni porta il braccialetto conta parole, e le è proibito imparare a leggere e a scrivere. Perché, con il nuovo governo al potere, in America è cambiato tutto. Jean è solo una dei milioni di donne che, oltre alla voce, hanno dovuto rinunciare al passaporto, al conto in banca, al lavoro. Ma è l'unica che ora ha la possibilità di ribellarsi. Per se stessa, per sua figlia, per tutte le donne. Limite di 100 parole raggiunto.
Se interessati, potete trovare qui la mia recensione a questo libro!
Hunger Games, di Suzanne Collins

Divergent, di Veronica Roth

The Selection, di Kiera Cass

Iron Flowers, di Tracy Banghart

Se interessati, potete trovare qui la mia recensione a questo libro!
La ragazza meccanica, di Paolo Bacigalupi

Delirium, di Lauren Oliver

Nel futuro in cui vive Lena, l'amore è una malattia, causa presunta di guerre, follia e ribellione. È per questo che gli scienziati sottopongono tutti coloro che compiono diciotto anni a un'operazione che li priva della possibilità di innamorarsi. Lena non vede l'ora di essere "curata", smettendo così di temere di ammalarsi e cominciare la vita serena che è stata decisa per lei. Ma mancano novantacinque giorni all'operazione e, mentre viene sottoposta a tutti gli esami necessari, a Lena capita l'impensabile. Si infetta: si innamora di Alex. E questo sentimento è come ritornare a vivere, in una società di automi che non conosce passione, ma nemmeno affetto e comprensione, Lena scoprirà l'importanza di scegliere chi si vuole diventare e con chi si vuole passare il resto della propria vita...
Falce, di Neal Shusterman


Amatka, di Karin Tidbeck
Nel mondo che i Pionieri hanno colonizzato valicando un confine di cui si è persa ogni traccia, gli oggetti decadono in una poltiglia tossica se il loro nome non viene scritto e pronunciato con prefissata frequenza. Per evitarne la distruzione, un comitato centrale veglia severamente sulle parole pronunciate dagli abitanti delle colonie, perché la vita in un mondo minacciato dalla disgregazione richiede volontà e disciplina. Vanja, cittadina di Essre, viene inviata dalla sua comune nella gelida colonia di Amatka e troverà ad attenderla i primi fuochi di una rivoluzione sotterranea giocata sulla potenza del linguaggio. Suo malgrado, Vanja dovrà così affrontare le possibilità che si celano dietro il velo di blanda oppressione che assopisce i pensieri e le parole del popolo di Amatka.
Futu.re, di Dmitry Glukhovsky

Per quanto riguarda, invece, le distopie post apocalittiche, ciò che dovrebbero trasmettervi non è il desiderio di urlare contro le ingiustizie a cui state assistendo -come dovrebbe invece essere per le distopie dei totalitarismi- ma di poter schioccare le dita e vedere tutti i problemi ambientali risolti, di poter cambiare il mondo con la sola forza del pensiero. Diversamente dall'altro tipo di distopia, questa dovrebbe provocarvi una reazione più "pacifica", incentrata non sull'altro, ma su noi stessi. Gli scenari post apocalittici dovrebbero essere una presa di coscienza personale e dovrebbero smuovere in maniera più attiva gli animi delle persone, perché, se da una parte non possiamo intervenire e iniziare una ribellione contro uno Stato che ancora non esiste, non possiamo dire lo stesso del clima e delle nostre abitudini talvolta poco ecologiche, per non parlare della cultura dello spreco e del consumismo a livelli industriali a cui, consapevolmente o meno, prendiamo parte. Ecco dunque che con le distopie post apocalittiche la questione si fa più delicata, perché spesso ci si trova sulla linea sottile che separa distopia da fantascienza, ma io adesso sono qui per fornirvi qualche esempio pratico al riguardo!
Io sono leggenda, di Richard Matheson

Metro 2033, di Dmitry Glukhovsky

Da quando una guerra nucleare ha devastato la Terra, gli ultimi moscoviti sono sopravvissuti cercando di costruire una nuova civiltà nelle profondità della vecchia rete della metropolitana. Questa presunta sicurezza, pero, si dimostra presto ingannevole: infatti, due anni dopo essere già stati salvati da Artyom contro i Tetri, gli abitanti della Metro sono minacciati da epidemie che mettono a rischio l'approvvigionamento di cibo e da conflitti ideologici sempre più gravi. L'unica salvezza sembra risiedere in un ritorno in superficie: ma questo è ancora possibile? Contro ogni logica, Artyom tenta un viaggio - apparentemente senza speranza - verso un mondo il cui misterioso silenzio nasconde un terribile segreto.
2084 La fine del mondo, di Boualem Sansal

I trasfigurati, di John Wyndham

Redenzione immorale, di Philip K. Dick
Redenzione immorale" è uno dei libri meno noti di Philip K. Dick, eppure vi si trovano temi e idee che ricorreranno nella sua produzione successiva. Siamo nel 2114, e il mondo è profondamente segnato dalla guerra nucleare e dalle regole del regime totalitario instaurato nel 1985 dal maggiore Streiter. Alien Purcell, il protagonista del romanzo, visita l'isola giapponese di Hokkaido, simbolo eloquente delle devastazioni causate dalla guerra, e qui tocca con mano le assurde imposizioni sociali dettate dal potere politico e mediatico di un regime che, tra le altre cose, vieta il sesso extra-coniugale e l'uso di alcolici in pubblico. Su un'isola desolata e ancora radioattiva, gli amici di Alien dissotterrano i libri del passato per salvaguardare la libertà di espressione individuale dalle velleità censorie dell'oligarchia neopuritana, intenzionata a eliminare qualsiasi trasgressione. E mentre un fiorente mercato nero offre preziose copie di testi ormai irreperibili - su tutti l'"Ulisse" di Joyce -, Alien Purcell sembra essere uno dei pochi ancora in grado di cambiare il mondo e salvaguardare l'autonomia di pensiero degli esseri umani. Introduzione e cura di Carlo Pagetti.
La penultima verità, di Philip K. Dick

Cecità, di Jose Saramago

La trilogia del silo, di Hugh Howey

Il racconto dell'ancella, di Margaret Atwood
*Libro già affrontato nella sezione distopie dei totalitarismi.
I testamenti, di Margaret Atwood
*Essendo il seguito de "Il racconto dell'ancella", fa parte della stessa visione distopica e per questo fa parte sia delle distopie dei totalitarismi che delle distopie post apocalittiche.
L'ultimo degli uomini, di Margaret Atwood

Maze Runner, di James Dashner

Siamo infine giunti alla fine di quello che si è rivelato essere un post particolarmente lungo, ma spero quantomeno dettagliato e approfondito. Come avrete ormai capito, il genere distopico è alquanto difficile da inquadrare e specialmente da spiegare e in realtà non posso che augurarmi di avervi fatto meglio comprendere questa magnifica quanto tetra visione del futuro e, perché no, di avervi incuriosito! Ci tengo a specificare, ad ogni modo, che quelli che ho proposto sono solo alcuni dei tanti titoli distopici che esistono al mondo.
Quindi a te, mio caro lettore che hai capito di aver letto distopie senza accorgertene, e a te, che avevi le idee un po' confuse, e a te, che cercavi solo titoli nuovi perché questo mondo già lo conoscevi e lo riconosci con orgoglio, non posso che farvi i complimenti per il coraggio che dimostrate -o dimostrerete- affrontando queste brutte visioni del futuro nel tentativo di migliorare il presente. Guardare in faccia un incubo è difficile, ma ci permette di comprendere meglio il sogno che il nostro presente potrebbe diventare. Le distopie ci insegnano a vedere e a riconoscere questioni della nostra vita che spesso passano in sordina, silenziose, lungo i muri di una casa che un giorno potrebbe diventare stretta senza saperlo, perciò andate miei cari lettori e iniziate a vedere.
Se avete dubbi o curiosità, scriveteli nei commenti e provvederò a colmarli nei limiti della mia conosenza.
Il mio genere preferito assieme al Fantasy. Bellissimo articolo!
RispondiEliminaTi ringrazio! Abbiamo gli stessi gusti: fantasy e distopie possono essere, se ben fatti, delle perle rare ♡
EliminaMi sono avvicinata da poco al genere distopico, ma devo dire che mi affascina davvero tanto! Ha delle potenzialità per diventare uno dei miei generi preferiti. 😁 Grazie per i libri che hai segnalato di questo genere,la maggior parte di essi non li conoscevo e qualcuno l'ho inserito direttamente nella mia wishlist. Articolo da non perdere assolutamente! Complimenti
RispondiEliminaIl genere distopico è uno dei miei due generi preferiti e ti posso dire che ne vale assolutamente la pena! Ti ringrazio davvero ♡ Dovendomi informare per fornire un elendo che si rispetti, ho finito anche io per allungare la mia wishlist di tantissimo ahahah
EliminaBellissimo articolo.
RispondiEliminaSecondo me il re della distopia è Philip K. Dick. Mi piacciono molto le sue atmosfere cupe e i drammi personali dei suoi personaggi che rispecchiano quelli che erano i suoi drammi interiori. Ha influenzato quasi tutti gli autori del genere. Un libro che mi ha sorpreso e che mi ha ricordato molto PKD è: 2084 un racconto distopico, di un autore sconosciuto, che nonostante la strizzata di occhio a Orwell immerge il lettore in un universo che sembra lontano ma per certi versi è terribilmente e drammaticamente vicino (e inquietante). Parla di un appiattimento generale dell'individuo (cosa che sta realmente avvenendo già adesso) e di discriminazioni causate da un uso estremo della tecnologia (realtà aumentata, intelligenza artificiale) al servizio di multinazionali... ma non aggiungo altro per non spoilerare la storia. Un altro grandissimo autore, già citato nell'articolo, secondo me è Aldous Huxley col suo Mondo Nuovo, che non subisce mai il tempo e diventa sempre più di straordinaria attualità, che racconta di un futuro che sta già subdolamente mettendo le radici oggi. La distopia più terrificante secondo me è quella futuribile e verosimile che potrebbe benissimo diventare realtà nel giro di pochi anni.